I primi 10 giorni di Brunetta: stop agli sprechi e via i fannulloni

Una rivoluzione totale. Renato Brunetta, ministro per la Pubblica Amministrazione e Innovazione, ha deciso di iniziare la sua nuova esperienza nel modo più diretto possibile, attaccando decenni di lassismo. Il suo obiettivo è quello di smantellare tutti gli sprechi amministrativi italiani.
Un bilancio, per i meno avvezzi ai conti economici, non è fatto solamente di entrate, ma anche di uscite. Proprio per questa ragione, è fondamentale analizzare a fondo i conti e capire dove esistono gli sprechi, per poterli eliminare. In Italia, finora, non si è mai applicata questa regola alla Pubblica Amministrazione, ma qualcosa sta cambiando. Durante la campagna elettorale si era discusso spesso sullo stato del nostro settore pubblico: obsoleto, con una spesa corrente esagerata e poco efficiente nella distribuzione dei servizi ai cittadini. Ma la nomina di Brunetta a ministro - fine economista veneziano con un passato (recente) da europarlamentare - è stata accolta come un vento di novità in un settore che tal parola aveva rimosso dal proprio dizionario.
La prima uscita di Brunetta è stata senza precedenti: «Colpirne uno per educarne cento. Chi non lavora non deve mangiare, il sistema pubblico deve essere equiparato a quello privato premiando chi lavora bene e licenziando chi non lo fa. Bisogna puntare sugli incentivi come accade nelle aziende private». Guerra quindi ai fannulloni, gli stessi che hanno contribuito ad aumentare la spesa pubblica in modo esponenziale negli ultimi vent’anni. Brunetta affonda anche un altro duro colpo a chi è considerato in una botte di ferro: «Non è possibile che non ci sia neanche un licenziamento e neanche la cassa integrazione, gli strumenti per rendere più efficiente la PA esistono e solo non vengono utilizzati». Questo significa tabelle di rendimento, benchmarking, incentivi personali, meritocrazia. Ma non solo, dato che si può intendere che si utilizzerà il pugno di ferro nei confronti di chi non rispetta gli indici di produttività che vengono utilizzati anche nel settore privato. Alle parole di Brunetta hanno fatto eco quelle degli altri esponenti del Pdl, mentre i sindacati hanno replicato duramente, com’era prevedibile. Le proposte del neo-ministro non si esauriscono qui e continuano nella direzione dell’efficienza, arrivando anche a toccare l’annosa questione della digitalizzazione della PA, opera che sarebbe cruciale per il nostro paese, costretto a viaggiare a velocità ridotta a causa dell’enorme mole cartacea che intasa gli uffici. Questo per poter razionalizzare la nostra spesa corrente, svincolandoci dal dilemma “tesoretto o non tesoretto” che per oltre un anno ha tenuto banco fra gli addetti ai lavori. Si può avere una florida serie di entrate, ma se a queste corrisponde un numero di uscite senza senso alcuno, sono vanificate tutte le prospettive di profitto. Esattamente quello che accade in Italia che, è vero che non ha più un debito pubblico pari al 120% del Pil, ma rimaniamo comunque al di sopra dei parametri di Maastricht, con un rapporto debito/Pil intorno al 105%.
Urge, quindi, un drastico riammodernamento di quello che è uno dei maggiori capitoli di spesa per lo Stato Italiano, se non il maggiore. Pensiamo anche solo per un istante ad uno dei sogni maggiori di ogni cittadino, quello di poter lavorare nella PA: migliaia di persone che partecipano ad un concorso pubblico per poche decine di posti disponibili sono lampanti. Questo settore è ancora largamente considerato come un porto sicuro per ogni lavoratore, certo di avere un lavoro a tempo indeterminato con alti coefficienti di sicurezza contrattuale contro il licenziamento o la cassa integrazione. Peccato che non si riesca a premiare chi produce di più, né a punire chi invece occupa solo una sedia inutilmente. A tal proposito, una frase di Brunetta e una proposta. «Le pubbliche amministrazioni devono comportarsi come un girasole: orientarsi ai bisogni di cittadini e imprese», questo quando in realtà, gli unici interessi che fanno sono i propri. Infine, perché non applicare la Legge 30 anche al settore pubblico? Anche solo una sommaria analisi di costi e benefici non potrà che trovar un riscontro positivo, data la situazione disastrata in cui ci troviamo.
I primi dieci giorni del ministro della Funzione Pubblica saranno quindi contraddistinti da un forte cambiamento di rotta rispetto al passato. Lo stesso passato che ha visto in atto lo sfacelo della riforma Bassanini, la normativa che ha previsto il conferimento di funzioni di riassetto amministrativo ad enti e Regioni, fattore che ha contribuito ad aumentare l’entità del circolo vizioso fatto di interessi particolari e sprechi. Tutto questo accadeva a partire dal 1997, sempre sotto la guida dei governi di centrosinistra. Dopo dieci anni, si può comprendere osservando i bilanci di Regioni ed enti pubblici che il risultato non è stato all’altezza delle aspettative, anzi. Riuscirà Brunetta a resistere alle opposizioni di sindacati, parti sociali e tutti coloro che hanno finora mangiato nel piatto che vuol portargli via?

Da L’Occidentale del 14 Maggio 2008

La Bce e la paura dell’inflazione importata

La Bce ha mantenuto invariati i tassi di sconto e di riferimento al 4%. Una decisione che non ha sorpreso gli analisti, i quali auspicavano la continuazione della politica monetaria adottata per far fronte alla crisi scatenata dai famigerati subprime. Molti si domandano però se questa è sempre da considerare la via migliore per uscire indenni dal tunnel in cui siamo entrati nella scorsa estate. La crisi delle cartolarizzazioni selvagge, come è stata ribattezzata negli States, ha provocato un’enorme sacca d’incertezza sui mercati internazionali. Anche nell’economia reale si sono visti gli effetti di tale crack, soprattutto in Europa. Si perchè, come ricorda Jean-Claude Trichet, numero uno della Bce, il principale mandato dell’istituzione di Francoforte è quello di mantenere e garantire la stabilità dei prezzi. Alla luce di questo, si spiegano le preoccupazioni che hanno portato all’undicesima decisione consecutiva di un mantenimento dei tassi invariati. Il dilemma sulla crescita economica, nell’area euro bloccata all’1,7% per il 2008 e solo dell’1,8% per il 2009 (stime Ersel), non ha frenato le intenzioni di Trichet, nel consueto meeting del board della Bce, per l’occasione svoltosi ad Atene. Il trend congiunturale risente ancora delle sirene negative derivanti dagli States, ma non solo, dato che il capo dell’Eurotower non rammenta un fattore importante del settore europeo. Quella che noi percepiamo come inflazione reale dei nostri mercati, ad una più attenta lettura, sembra avere tutta la forma di quella importata. Considerando che le principali cause per cui l’inflazione è salita ai massimi livelli degli ultimi anni, fino ad oltre il 3%, sono la costante ascesa sul costo del singolo barile di greggio ed il deprezzamento del dollaro americano, si può ben comprendere il ragionamento di cui sopra.
L’errore quindi è quello di non centrare il bersaglio dell’esatta politica monetaria destinata all’Eurozona. Non tanto nel breve (o brevissimo) periodo, quanto nel medio-lungo. Le imprese, le società finanziarie e gli operatori qualificati chiedono fiducia alle istituzioni e l’annosa domanda è sempre la stessa: si devono accontentare oppure è meglio lasciare che il mercato si autoregolamenti? Il rischio è quello di sprofondare in un vortice di sudditanza nei confronti degli stessi addetti ai lavori, legittimati a fare quello che meglio credono. L’obiettivo deve essere quello di arginare la crisi sistemica che stanno vivendo i mercati e curare l’instabilità di un sistema che è stato vittima della speculazione dei singoli, in nome del mero risultato operativo, incurante degli altri sviluppi correlati. Alla luce di questo la mossa della Bce non può che essere accolta positivamente, dato che non ci si dimostra indulgenti come ha fatto nei mesi scorsi la Federal Reserve, guidata da Ben Bernanke, arrivata in ritardo e male a combattere la crisi. In primis, infatti, anche la Bce aveva deciso di fornire credito ai mercati con iniezioni di liquidità, esattamente come la compagine d’oltreoceano, ma poi è subentrata la consapevolezza che l’Europa non è l’America. Il risultato è stato una restrizione nei costo del denaro per le banche.
Ma, come visto prima, l’inflazione che stiamo subendo ha tutte le caratteristiche tipiche del prodotto d’importazione. Un fenomeno che rischia di far nascere una speculazione non da poco, grazie alle solite asimmetrie informative che fanno parte integrante della vita economica. Si pensi anche solo al mercato dei trasporti su gomma, che coprono l’85% del settore in Italia: se da una parte è vero che sono aumentati i costi concernenti i carburanti, le tariffe degli autotrasportatori non hanno subito variazioni tali da giustificare gli aumenti dei prodotti al consumo. Questo significa che si sta sfruttando il caro-petrolio per aumentare i profitti, ma chi è che agisce in questo modo, se non gli intermediari della filiera produttiva? La reale percezione economica è sempre la stessa da almeno un semestre. Si avvertono turbolenze e difficoltà. Il periodo dei bilanci è appena iniziato ed entro poco tempo sapremo chi aveva ragione, se i più timorosi oppure noi.

Da Ragionpolitica.it del 13 Maggio 2008

La Bce non cede al mercato. E fa bene

Come ampiamente previsto, la Banca Centrale Europea ha deciso di mantenere invariati i tassi al 4%. Nonostante che nell’economia mondiale attuale siano presenti numerosi timori, la linea dettata dall’Ue in fatto di politica monetaria è quella della tenacia. Ma siamo sicuri che sia questa la via giusta?

Jean-Claude Trichet, alla fine del meeting del board della Bce tenuto ad Atene, ha mantenuto la sua linea, secondo cui il principale problema dell’economia europea non è tanto la crescita, quanto la lotta all’inflazione galoppante. Infatti, il numero uno della Bce ha ribadito ai presenti come «Il mantenimento della stabilità dei prezzi nel medio termine è il nostro primo obiettivo in accordo col nostro mandato». Ma non solo quello, dato che il secondo è la vigilanza sui mercati finanziari del Vecchio Continente. Che l’incertezza regni sovrana sulle borse mondiali, è indubbio e la richiesta di molti operatori qualificati è quella di un’iniezione di fiducia attraverso un taglio, anche minimo, dei tassi, sia di sconto sia di riferimento. Ma sarebbe stato come dare in pasto un agnellino ad un lupo famelico. Questo si intuisce dalle parole di Trichet: «Resta inusualmente elevato il livello di incertezza che risulta dalle turbolenze dei mercati finanziari, le tensioni permangono e l’impatto sull’economia reale potrebbe essere peggiore di quanto previsto in precedenza». Il riferimento alla crisi scatenata dai mutui subprime è palese e si può carpire come il periodo di difficoltà è ancora lontano dal suo apice, sia in termini di gravità che in quelli di durata. Al fine di scongiurare la trappola dell’escalation prezzi/salari, la decisione della Bce è stata unanime. Con i tassi bloccati al 4% da ormai undici meeting periodici si dimostra sempre più la posizione di predominanza dell’Europa nello scacchiere economico internazionale. Anche il deprezzamento della moneta statunitense non fa altro che confermare il mutamento di numerosi assetti considerati inamovibili prima della scorsa estate. Mutamenti anche acuiti dalle politiche monetarie determinate da Ben Bernanke, governatore della Federal Reserve, che nel giro di pochi mesi ha diminuito il costo del denaro negli Usa fino a giungere al minimo dal febbraio 2005 toccato lo scorso 30 aprile, con il 2,25% per il tasso di sconto ed il 2% per il Fed Fund.
Ma i problemi, per Bruxelles, esistono ancora, Trichet lo sa bene. Non per nulla il Financial Stability Forum, l’organismo che vigila sul crack dei subprime presieduto da Mario Draghi, continua a monitorare l’evoluzione della congiuntura internazionale. Troppi sono i miliardi di dollari ancora non emersi dalle cartolarizzazioni ad alto rischio, troppe sono le società finanziarie che sono sul filo del rasoio, troppe sono le banche che stanno ridimensionando i propri bilanci verso il rosso a causa delle svalutazioni sui crediti esigibili. Il clima europeo, inoltre, vive di riflesso quello che accade negli States e bisogna valutare con attenzione ciò che si va ad analizzare. Lo stesso fenomeno inflattivo che stiamo osservando non è tanto qualcosa creato in Germania, Francia od Italia, quanto qualcosa di importato da oltre oceano. Una piccola dimostrazione di questo è intrinseca nei dati sulla crescita economica di Eurolandia, che si mantiene ancora sostanziosa, al contrario di quella americana, ormai prossima alla recessione di fatto, oltre che psicologica. Esaudendo le richieste del mercato finanziario, come si fa con un bambino viziato, la Bce rischia che si crei un meccanismo infernale secondo cui gli stessi addetti ai lavori sanno che possono perdere il lume della ragione quanto vogliono perché hanno le spalle protette da Francoforte. Il mercato europeo ha dimostrato di saper gestire in ottica lungimirante le crisi economiche che sono state generate negli anni. Non si sente il bisogno di una “governance mammona” sulle politiche monetarie. Chi ha commesso degli errori, non deve attendersi indulgenza da parte delle istituzioni e sarà lo stesso mercato che farà giustizia da sé, eliminando le mele marce. A tal proposito, meglio avere mille Trichet che anche solo un Bernanke.

Nel particolare clima congiunturale in cui l’Europa si trova, la Bce sta dimostrando una maturità senza precedenti rispetto alla Fed, anche eliminando la variabile secondo cui si tratta di economie, quella yankee e quella europea, differenti. Il mantenimento della linea monetaria varata da Trichet non potrà che giovarci, cercando di limitare il più possibile i danni nei mesi a venire. Si, perché il peggio, secondo molti, ancora deve arrivare.

Da L’Occidentale del 9 Maggio 2008

Le malattie dell’economia mondiale

Petrolio sempre più caro, discesa del dollaro, inflazione incrementata, domanda di materie prime sempre maggiore, crisi alimentare e crescita economica in frenata. Sono questi i principali mali dell’economia mondiale. Basta osservare con attenzione l’andamento delle borse mondiali per rendersi conto delle difficoltà che stiamo attraversando. L’indice Dow Jones ha perso dall’inizio dell’anno il 7,6%, lo Standard & Poor’s il 9,9, il Nasdaq ha registrato un calo del 14,1%, il Ftse100 (indice europeo) l’11,7 ed anche l’Italia non è messa bene, con l’S&P/MIB con una discesa pari al 18% netto. Ma i risultati del primo trimestre 2008 sono ancora più preoccupanti ed i rischi che il rallentamento della crescita economica possa tramutarsi in recessione sono aumentati notevolmente. A causa di ciò si sono diverse ragioni, di natura congiunturale, come la crisi petrolifera, e di natura strutturale, come la restrizione del credito che è in atto nel settore statunitense.
Bisogna anche registrare come l’economia europea si stia mantenendo in lidi ben più sicuri di quella americana, che paga lo scotto della crisi immobiliare legata ai subprime. Le linee guida dettate dalla Bce in merito alla politica monetaria hanno preservato il Vecchio Continente dai rischi di un’inflazione ancora maggiore di quella che stiamo sostenendo, intorno al 3%, ma con preoccupanti picchi nei paesi con un maggior stato di instabilità, come il nostro, in cui per i beni di largo consumo la cifra si attesta intorno al 4,5%. La volatilità dei mercati finanziari rimane ancora molto elevata, nonostante le rassicurazioni di Federal Reserve e Bce. Il quadro congiunturale quindi si mostra molto instabile e predisposto per l’avvento di un periodo di media durata in cui l’economia mondiale possa entrare nel ciclo negativo della stagnazione. Questo anche alla luce dei continui record battuti dal costo del petrolio.
Infatti, presso il Nymex, la borsa mercantile newyorkese, il singolo barile di greggio ha superato la quotazione di 120 dollari, attestandosi a 122,73$. Un evento che ha portato gli analisti macroeconomici nella condizione di immaginare uno scenario di medio periodo in cui il greggio possa toccare il picco di 200 dollari al barile, facendo impennare il prezzo della benzina a quota 2€ per litro. Goldman Sachs e JP Morgan si sono mostrate preoccupate delle speculazioni legate alla compravendita di greggio, anche dovute alle divisioni interne della Nigeria, uno dei maggiori esportatori di oro nero. Che l’industrializzazione vada di pari passo con un aumento della domanda di materie prime è lapalissiano, come dimostrano i vari casi storici. In tale contesto lo sviluppo dei paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina) è da considerare in ottica positiva, giacché v’è un incremento della situazione di benessere interno. Il problema deriva, invece, dalla particolare situazione congiunturale che il mondo sviluppato sta vivendo. Per una serie di spiacevoli conseguenze, tutte prevedibili con largo anticipo, l’economia mondiale è entrata in una fase con certezze risicate e fiducia in costante calo. Se a questo si aggiunge la diminuzione dei consumi dovuta alla risalita dei tassi inflazionari, si comprende che i timori non siano privi di fondamenti.
Una crisi, quella economico-finanziaria, ancora lontana dalla sua reale esposizione. Solo in queste settimane saranno pubblicati i bilanci per il 2007 delle principali società e si preannunciano sorprese, come quelle che hanno visto protagonista Ubs, primo gruppo bancario europeo per capitalizzazione, che si è vista costretta a ridimensionare il proprio organico con un taglio di 5500 posizioni. Infatti le perdite registrate per il primo trimestre 2008 sono pari a circa 11,5 miliardi di franchi svizzeri, più o meno 7 miliardi di euro. Ancora, il gruppo elvetico, nei giorni appena trascorsi ha ceduto 22 miliardi di asset a BlackRock, investment bank controllata da Merrill Lynch.

Le nubi che si sono addensate sull’economia mondiale sono ancora troppo fitte per poter rivedere il sole, ma la speranza è un’inversione di rotta, anche da parte delle piazze finanziarie. Ma fintanto che non saranno aggiustate le asimmetrie createsi negli anni, il trend negativo non è destinato a terminare.

Da Ragionpolitica.it del 9 Maggio 2008

Cosa c’è dietro alla corsa del petrolio

La corsa del petrolio non conosce freni ed apre nuovi scenari. Il traguardo dei 120 dollari al barile di brent è stato prima solleticato ed ora superato con una facilità disarmante. Al di là delle mere speculazioni finanziarie, è indubbio che qualcosa è cambiato.

Prendiamo il caso del Nymex di New York, la borsa mercantile, in cui è trattata la compravendita di greggio. Il petrolio, nei futures di giugno, ha raggiunto la quota di 122,73 $ al singolo barile, un prezzo più che raddoppiato rispetto a soli 12 mesi fa. Dall’altra parte dell’Atlantico, a Londra, le cose non vanno meglio, dato che il brent segna il suo record storico, con 120,35 dollari a barile. Dietro a questa escalation vi sono le voci che la stabilità della Nigeria, uno dei maggiori produttori di petrolio, è minata da litigi interni, sia a livello diplomatico sia sindacale. Ma questo da solo non può spiegare il fenomeno che è in atto. Da una parte c’è il costante aumento della domanda di Brasile, Russia, India e Cina (Bric) mentre sull’altro versante v’è la crisi del dollaro americano, il quale sta vivendo la sua peggiore crisi del dopo Bretton Woods. Anche l’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori di oro nero, tramite Abdullah al-Attiyah, ministro del Petrolio in Qatar, ha ribadito le sue precedenti posizioni, cioè che il mercato ha la fornitura necessaria per soddisfare la domanda. Infatti, la principale problematica dell’Opec non è legata alle richieste correnti, quanto alle riserve strategiche di greggio, in diminuzione.
Ora, con il superamento della soglia psicologica dei 100 dollari ed il consolidamento verso l’alto di tal prezzo, si prospettano nuovi scenari non solo economici, ma anche politici. Come ricordano alcuni analisti di Goldman Sachs, dopo questa soglia, si potrebbe superare quella dei 200 dollari al barile entro pochi anni. Più precisamente, entro il 2009, l’oro nero potrebbe toccare il picco di cui sopra, salvo scendere intorno ai 75 dollari nel 2011, in causa ad un razionamento dei consumi negli Stati Uniti. Il problema derivante dal raggiungimento dei 200$ sarebbe naturalmente il costo dei prodotti lavorati del petrolio, carburanti in primis, con la benzina che può arrivare a 2€ per litro. Ma anche in questo caso, il mercato sta subendo la speculazione incontrollata sulla domanda aggregata di materie prime, la stessa che ha portato la crisi alimentare in atto. C’è da ricordare che un processo di industrializzazione come quello in atto nei paesi in via di sviluppo come quelli del Bric e che è fisiologica la crescita della richiesta di risorse per tale processo. Lo stesso, fra l’altro, che ha vissuto tutto il resto del Mondo che consideriamo sviluppato. Certamente anche noi avvertiamo che qualcosa sta mutando, che un nuovo cambiamento è in atto, ma non siamo ancora del tutto consapevole della portata di questo vento. Dove c’è miseria, perché la storia umana è caratterizzata da essa, il capitalismo ha portato innovazione e benessere, due fattori che hanno dei costi, che l’attuale congiuntura economica amplifica e ripercuote su larga scala.
V’è ancora uno scenario che si può prospettare, a livello macroeconomico, ed è quello legato alla crescita mondiale, come ricordato anche dal Fondo Monetario Internazionale. Con la domanda sempre più elevata, la crescita in diminuzione verso la stagnazione, il rallentamento dei consumi, il deprezzamento del dollaro e l’ascesa del costo dei carburanti, l’economia mondiale rischia di non poter tornare verso i lidi sicuri della curva entro poco tempo. Si può affermare che, proprio per variabili impazzite che sono in atto, siamo vittime impotenti di una serie di coincidenze, che in realtà si potevano anche prevedere. Esattamente come per i rischi legati alle cartolarizzazioni di crediti immobiliari fallati che hanno accresciuto e poi fatto esplodere la bolla dei subprime, anche per il petrolio si poteva immaginare uno scenario simile. Ora, però, il rischio maggiore è quello che non si colga la gravità della malattia dell’economia.

La speranza è che i rally borsistici legati al brent possano frenare leggermente, invece che continuare ad imperversare nelle piazze finanziarie del mondo. Ma si sa, l’occasione rende l’uomo ladro, anche (e soprattutto) quando si parla di borsa finanziaria.

Da L’Occidentale del 7 Maggio 2008